Ho visto un uomo camminare…

 

Ho visto un uomo camminare, a dicembre, per le vie della mia città.

Era scalzo. Senza scarpe. A piedi nudi sull’asfalto di quest’inverno freddo, di questa città ricca e veloce.

Aveva un sacco sulla spalla e un maglione bucato. Mi hanno colpito, più di tutto, i suoi piedi: grandi, sporchi, piantati per terra. Piedi poveri ma forti. Camminava piano, senza cercare nulla, guardava dritto davanti a sé come se il senso fosse solo andare e rispondere ad una voce lontana.

In Libreria ho visto, poi, le foto del Cammino di Santiago: in quelle immagini ho cercato il mio camminatore scalzo perché non poteva essere che lì.

Sono affascinata dal Cammino e dai Camminatori, hanno qualcosa che io non ho; come se avessero sollevato un velo, visto ciò che io non ho visto, acquisito un sapere che mi sfugge o da cui io sfuggo.

 Le foto esposte erano una poesia dietro l’altra: panorami sterminati di colori e lontananze, profondo respiro che a volte ci manca nelle code ai semafori, negli spogliatoi delle palestre, nei supermercati, nella realtà virtuale in cui ci perdiamo a navigare.

Abissi di altitudini a picco sul mare a ricordare che c’è una voragine che ancora può darti le vertigini, che c’è ancora un vuoto da colmare, un volo da intraprendere, che c’è ancora un mistero, un limite da oltrepassare perché non è tutto nelle nostre mani, chiara formula che non ha più segreti, la vita.

Tramonti che ti stordiscono e t’inebriano in un silenzio che immagino pulito come il cielo, la pace di campi verdi e onde che si susseguono come i passi dei viandanti.

In alcune foto ci sono gruppi di persone che s’incontrano nei crocevia del ristoro e non c’è identità, mi pare, che non sia quella del riconoscersi come pellegrini, non c’è bandiera che

non sia quella del viaggio intrapreso, ognuno portando il proprio fardello.

Il camminare in sé ha qualcosa di magico.

E – rubando il titolo ad un libro di Soriano – bisognerebbe tornare a “pensare con i piedi”. Rallentare. Riscoprire il senso di percorrere la strada un passo dopo l’altro.

Ne avremmo così bisogno…

Mi viene in mente la tartaruga di Momo, Cassiopea: “Momo si meravigliava che si potesse andare tanto piano e procedere tanto rapidamente”. Credo, tra le poche cose che riesco ad intuire di Santiago, che il Cammino riabitui anche ad assaporare il tempo, i nostri giorni e vivere in maniera più profonda, “…come avete occhi per vedere la luce, e orecchie per sentire i suoni, così avete un cuore per percepire il tempo. E tutto il tempo che il cuore non percepisce è perduto, come i colori dell’arcobaleno per un cieco o il canto dell’usignolo per un sordo”.

 Camminando ci si riconosce, ci si avvicina sempre più a se stessi. Chissà se è questo che temo dicendomi che non avrò il coraggio, io, di andare per quella via… già partire, iniziare, sarebbe una svolta… perché – e questo è facile comprenderlo – non è l’arrivo che conta, non è raggiungere la meta in tempi brevi che farebbe la differenza. Trovare il proprio ritmo, attraversare pianure immense di pensieri e arrampicarsi per i sentieri impervi delle proprie paure, questo sì lascerebbe il segno. Indelebile.

La mostra dedicata a Santiago mi è rimasta impressa. Come l’uomo che ho visto camminare scalzo. Il messaggio che portano è lo stesso. Bisognerebbe solo risolversi a partire… “che il tempo vero non si misura né con l’orologio né con il calendario”.

 

Alessandra